Gli sgomberi a Roma sono il frutto di una politica inefficace e debole.

Rialto Liberato

di Christian Raimo*

Ancora devono arrivare un po’ di mobili, la settimana prossima sarà fatto il cablaggio della saletta prove, ma giovedì scorso a Tor Bella Monaca è stato inaugurato il centro culturale Ex Fienile: una serie di associazioni (tra cui la 21 luglio che si occupa di rom, due dipartimenti dell’università di Tor Vergata, e altre del territorio) si sono messe insieme e hanno vinto il bando del comune per recuperare questo spazio prezioso a largo Mengaroni, un quartiere complicatissimo: è una notizia talmente in controtendenza rispetto a quello che succede a Roma che si è persa tra lo stillicidio di agenzie dei posti che chiudono. Sfrattati, sprangati, sequestrati, sottratti, minacciati di sgombero: ogni giorno va messa una croce, alle volte anche due o tre.

Per esempio il 16 febbraio scorso: alla mattina il teatro dell’Orologio – 36 anni di attività – viene chiuso dai vigili del fuoco per la mancanza di un’uscita di sicurezza (che in realtà manca da sempre per problemi strutturali del luogo); qualche ora dopo al Rialto Sant’Ambrogio – la sede del movimento sull’acqua pubblica – vengono messi i sigilli (è stato rioccupato una settimana dopo, ma è probabile che sarà lasciato tra pochi giorni).

E questi sono solo due dei molti casi: la Roma culturale e sociale è sotto attacco, minacciati i suoi luoghi simbolici. Il Celio Azzurro, l’asilo che sta sotto il Palatino, modello di inclusione, di multiculturalismo, nato grazie a un gruppo di volontari nel 1990: il 31 marzo gli è stato intimato di lasciare la sede storica, oppure pagare cinquemila euro al mese e quasi 250mila euro di debiti pregressi. La scuola popolare di musica di Testaccio, nata nel 1976: andarsene o pagare 700mila euro di affitto arretrato. E poi c’è l’Accademia filarmonica romana a via Flaminia, e poi una serie di centri sociali storici, la Torre, Casetta Rossa, e le sedi di Sant’Egidio a via Anicia e a Ostia, e il circolo Gianni Bosio, e il centro curdo Ararat. Soltanto gli spazi culturali sono 73.

Molte esperienze non possono più valersi di un canone agevolato. Devono pagare un prezzo di mercato, oppure sparire

 Sotto l’amministrazione di Francesco Rutelli, ormai vent’anni fa fu varata una delibera, la 26, che legittimava l’importanza sociale e culturale di questi luoghi, e concedeva degli affitti concordati: canoni ricognitori, come si dice in linguaggio tecnico, cioè che riconoscono il valore sociale dell’esperienza.

Sotto l’amministrazione di Ignazio Marino è stata varata un’altra delibera, la 140, il cui scopo era di riprendersi e mettere a bando e far pagare gli spazi che avevano avuto una concessione dal comune da anni con un canone concordato o che erano morosi e che invece “attualmente vengono utilizzati per numerose finalità, anche di carattere commerciale o abitativo”. Per colpire chi ha lucrato, si è voluto colpire nel mucchio, creando il caos.

Molte esperienze – in assenza di un nuovo regolamento – non possono più valersi di un canone agevolato. Devono pagare un prezzo di mercato, oppure sparire.

Che la situazione sia folle, paradossale, annodatissima, è palese a chiunque: da chi ci lavora in questi spazi a chi ha fatto la storia della cultura popolare non solo a Roma, come Alessandro Portelli, che qualche giorno fa sul Manifesto ha scritto un editoriale che indicava le due ragioni di questo disastro: da una parte la debolezza di una politica che non ha avuto la capacità in tutti questi anni di accompagnare, di credere a quello che questa città stava generando in termini di produzione culturale, di immaginazione, di inclusione sociale; dall’altra “l’ideologia di mercato”, per cui “non è concepibile un uso di un bene di pubblica proprietà che sia diverso da quello di metterlo a reddito come se fosse una proprietà privata”.

L’assessore all’urbanistica Andrea Mazzillo cerca di quietare gli animi, scaricando la responsabilità sulle giunte precedenti: “Bisogna ribadirlo: la giunta Raggi non ha disposto alcuno sfratto delle associazioni che svolgono attività socioculturali all’interno di edifici comunali. E non ci risultano sgomberi di immobili del patrimonio capitolino eseguiti oggi. Gli avvisi di sfratto in arrivo a queste associazioni sono il frutto di procedure avviate in virtù della delibera 140/2014, approvata durante l’amministrazione Marino, e che stanno giungendo a compimento. Tuttavia, tali avvisi non comportano automaticamente lo sgombero degli stabili di proprietà del Campidoglio. Siamo infatti intervenuti con la delibera di giunta dello scorso 22 febbraio, che va a integrare la 140 e dispone di dare priorità agli sgomberi delle sedi dei partiti politici o degli esercizi commerciali, proprio per salvaguardare chi svolge attività socioculturali importantissime per la collettività”.

Ma lo stesso assessore alla crescita culturale del comune di Roma, Luca Bergamo, ammette che su questo tema si trova a tamponare pessime eredità di lunghissimo corso. A Theatrum Mundi, l’affollatissima assemblea sui teatri della città convocata all’India un paio di settimane fa da un gruppo di critici romani, è stato uno dei più radicali difensori dell’uso pubblico del patrimonio, puntando il dito sulla cattiva gestione di quello della città: “Chi ha governato Roma finora ha fatto una quantità di cazzate che non ci si crede, a cominciare dall’assenza di responsabilità amministrative che ha dato adito a una serie di illegalità e ha lasciato i teatri nel caos”.

Il vero nodo politico

Il caos vuol dire qualcosa di ben preciso dal punto di vista dell’amministrazione. La delibera 140 prevedeva una tempistica nella riappropriazione dei beni da parte del comune: essenzialmente prima quelli che stavano speculando su quei beni come fossero dei privati, poi le esperienze culturali e sociali; cosicché nel frattempo il comune di Roma facesse un regolamento del patrimonio, per sanare le situazioni non solo dal punto di vista giudiziario. Quello che è successo invece è che né Marino né il commissario Tronca hanno emanato un regolamento né delle norme transitorie, mentre le carte sono arrivate in fretta alla procura della corte dei conti, che ha svolto le indagini (ha visto chi occupava cosa senza preoccuparsi del perché e del come) e ha intimato al comune di procedere agli sgomberi. Indiscriminatamente.

Che pezze ci si possono mettere adesso? E qui c’è il vero nodo politico. La corte dei conti agisce direttamente sul patrimonio dei dirigenti, spiega Bergamo, per cui se un amministratore decide di forzare in nome di una certa visione politica la gestione degli spazi, il fondato rischio è che si trovi indagato per danno erariale. E magari sia multato per centinaia di migliaia di euro.

Bergamo promette che sta agendo sul lungo e sul breve periodo. Sul lungo attraverso la stesura del nuovo regolamento, che stabilisca meglio le nuove condizioni per cui il patrimonio pubblico è disponibile, che separi quali entità svolgano veramente “una funzione sussidiaria d’interesse pubblico” e quali no, “non si possono concedere spazi comunali a sedi di partito o ad attività diplomatiche”.

Sul breve periodo tramite norme transitorie, facendo molta attenzione a non incorrere in atti sanzionabili dalla corte dei conti: “Occorre pensare delle more”, dice Bergamo, “per quegli spazi che svolgono ora palesemente una funzione sussidiaria. Al termine di queste more, o in corso, avviare dei bandi, tenendo conto che chi svolge già un’attività riconoscibilmente valida ha un canale privilegiato rispetto agli altri soggetti che potrebbero subentrare”.

Come assegnare gli spazi

È sufficiente quest’approccio per far sì che la città non sia governata dalla corte dei conti, come di fatto oggi in parte è?

Secondo molti no. Il movimento che si chiama Decideroma contrasta una serie di aspetti che stanno dietro la visione di Bergamo per esempio, e propone una mobilitazione per il 10 marzo in Campidoglio con un programma di quattro punti chiave: 1) scrittura partecipata del nuovo regolamento, 2) reale riconoscimento del valore delle realtà che esistono sul territorio attraverso norme transitorie adeguate, 3) riconoscere il metodo dei beni comuni urbani. Ma il punto dirimente è quello che riguarda le procedure d’assegnazione degli spazi. Decideroma scrive: “Si attribuisce all’amministrazione un potere di programmazione dall’alto e di progettazione unilaterale, un potere che quell’amministrazione non è (né sarà mai) in grado di esercitare senza la partecipazione viva e attiva dei cittadini. I bandi pubblici, sin qui, hanno innegabilmente mostrato enormi limiti applicativi. Contro la logica del bando, devono essere riconosciute altre procedure di evidenza pubblica che valorizzino l’autonoma iniziativa delle persone sui territori, la cooperazione invece che la concorrenzialità, il valore sociale invece che quello economico, la partecipazione dal basso invece che il governo dall’alto”.

La considerazione deprimente che viene da fare alla luce di questo dibattito è ancora un’altra. La politica sia quella dell’amministrazione sia quella dei movimenti non può nascondere una serie crescente di fragilità.

La prima è quella che Walter Tocci, ex vicesindaco di Roma, definisce giustizialismo amministrativo, la sudditanza dei politici nei confronti della magistratura e dei mezzi d’informazione forcaioli: “Cantone, i prefetti, i commissari, la corte dei conti: è chiaro che l’evocazione a pie’ sospinto da parte di Marino o di Raggi delle procure non ha prodotto più controllo, ma meno responsabilizzazione. I migliori funzionari, i civil servant danno sempre meno il loro contributo all’amministrazione pubblica”.

Eppure è chiaro che il patrimonio pubblico è rimasto ancora una leva fondamentale per un’amministrazione; e definire cosa sia l’interesse pubblico è proprio il compito più avanzato che può spettare a chi governa. Non è un caso che su questo tema ci siano le esperienze più innovative e interessanti – e complicate da realizzare – nelle città italiane, dal regolamento dei beni comuni a Bologna alle convenzioni che è riuscito a fare Luigi De Magistris a Napoli con diverse occupazioni, come quella dell’Asilo.

Assenze significative

“Ci vorrebbe un grande piano regolatore per la cultura”, suggerisce Tocci. La giunta Raggi ha la capacità di farlo?

Perché occorre considerare non solo chi governa. La fragilità più profonda riguarda la politica in senso più diffuso. A quanti davvero interessano questi spazi? A quanti romani interessa che ci sia un centro sociale in più, una scuola di musica popolare in più, invece di un nuovo ristorante, invece di un nuovo spazio commerciale, di un nuovo negozietto Tiger?

Chi è che si indigna se l’enorme spazio dell’Ex dogana sarà trasformato in albergo low-budget dalla multinazionale inglese Student Hotel mentre mancano studentati a San Lorenzo e un posto letto in una doppia può costare 400 euro? Se anche la splendida vecchia stazione Trastevere non ha trovato un progetto di riqualificazione migliore che trasformarsi in un hotel a cinque stelle? Quali voci intellettuali stanno immaginando un progetto per Roma che non sia solo turistico? Qual è la vocazione dell’Auditorium, ridotto negli ultimi mesi a ospitare eventi supercommerciali e artisti la cui qualità è sempre più discutibile (con un eccesso incomprensibile di personaggi di serie b della televisione spagnola)?

Alla manifestazione per la chiusura del teatro dell’Orologio – un teatro storico tra quelli non commerciali a Roma – c’era poco più di un centinaio di persone. All’assemblea sui teatri indetta all’India la presenza di Antonio Calbi e di Luca Bergamo facevano risaltare l’assenza del ministero dei beni culturali e dell’assessorato alla cultura della regione Lazio.

L’amministrazione della corte dei conti è una specie di commissariamento di fatto per Roma

 I fondi che l’assessorato alla cultura ha a disposizione oltre il finanziamento ordinario di pochissime strutture istituzionali come l’Auditorium, il Teatro dell’Opera e il Teatro di Roma costituiscono l’8 per cento di tutto il budget. La richiesta dell’amministrazione di un sostegno da parte di una rete di persone che vogliano occuparsi fattivamente della politica dei teatri a Roma rivela la scarsità di cittadini che si mettono a fare militanza politica oggi (la rimozione dell’esperienza del Valle in tutto questo è clamorosa). E potremmo continuare.

Ma c’è un dato in più che va sottolineato. Il fatto che l’amministrazione della corte dei conti sia una specie di commissariamento di fatto per Roma, che sempre di più il potere tecnico e giudiziario sostituisca quello politico, e che i casi di esponenti delle amministrazioni che si trovano le mani legate rispetto ai provvedimenti delle procure siano ormai considerati la norma, che insomma la cultura della legalità sia sempre più slegata dalla visione politica e dal consenso ha significato e continua a significare abdicare alle leggi di mercato: questa è la verità.

O si mette in discussione questo modello di legalità, mostrando la contraddizione di amministrazioni che potrebbero essere accusate di abuso d’ufficio o danno erariale semplicemente perché cercano di fare il bene della città, oppure la politica sarà sempre più inefficace e debole.

*giornalista e scrittore